Retoriche dell’incontro fra medici di base e loro pazienti. Strategie identitarie e uso del camice e di altri dispositivi nella costruzione dello spazio terapeutico
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Come citare

Pellicciari, M. (2003). Retoriche dell’incontro fra medici di base e loro pazienti. Strategie identitarie e uso del camice e di altri dispositivi nella costruzione dello spazio terapeutico. AM. Rivista Della Società Italiana Di Antropologia Medica, 8(15-16). Recuperato da https://www.amantropologiamedica.unipg.it/index.php/am/article/view/166

Abstract

Rhetorics of encounter between general practitioners and their patients. Identity strategies and use of coat and other devices in therapeutic space construction

One of the way is expressed, reproduced and strengthened the hegemonic power of biomedical knowledge is the construction of devices in which its salient features are condensed, and then their inoculation in the bodies of the coming doctors as well as in those of the patients. Nevertheless, both patients and physicians learn equally well to make good use of “ways out” or tactics of alternative manipulation of the acquired tools, thanks to which they can “perform”, in a dialectical way, a proper autonomous dialogue with medical institutions and, in general, with the social order. The white coat is a good example because although its “official” and declared function, it is also a very powerful semantic tool that can be overturned and used in specific and critical ways as “position marker” in social scene. The therapeutic encounter therefore assumes the shape of a privileged space in which medicine expresses its actual “creativeness”, “vitality” and then “humanity”.

Retoriche dell’incontro fra medici di base e loro pazienti. Strategie identitarie e uso del camice e di altri dispositivi nella costruzione dello spazio terapeutico

Uno dei modi in cui viene espressa, riprodotta e rafforzata l’egemonia del sapere biomedico è la costruzione di dispositivi nei quali si condensano i suoi tratti più salienti e la loro incorporazione nei corpi dei futuri medici e, seppure secondo modalità apparentemente differenti, in quelli dei pazienti. Sembra anche, però, che entrambi, medici e pazienti, apprendano altrettanto bene ad utilizzare “scappatoie” o tattiche di manipolazione alternativa degli strumenti acquisiti che consentono loro di dialogare in maniera dialettica con l’istituzione medica e, di riflesso, con il proprio contesto sociale. La funzione pratica del camice, ad esempio – peraltro dubbia, in un ambiente non sterile – appare chiaramente secondaria a tutta una serie di funzioni di natura “semantica” che lo caratterizzano come una sorta di “marcatore di posizione” all’interno dell’arena sociale. L’incontro terapeutico si configura così come lo spazio privilegiato in cui la medicina diviene realmente “creativa”, “vitale” e quindi “umana”.

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